
Nel 2007 uscì nelle sale cinematografiche l’ultima fatica di Gus Van Sant, il film Paranoid Park, tratto dall’omonimo romanzo dell’autore di culto Blake Nelson. Il film narrava la vicenda di uno skater adolescente che incappava, suo malgrado, in un omicidio. L’intera pellicola si concentrava sulle persistenti paranoie del ragazzo, sempre più isolato e confuso. Partendo da questo presupposto sia Nelson che Van Sant hanno focalizzato la loro attenzione sugli aspetti psicologici di un’intera generazione underground, che in qualche modo si avvicina (o si identifica, anche se involontariamente) a quella ormai storica della Beat Generation, cui facevano capo Jack Kerouac, Allen Ginsberg e William Bourroughs.
Anche in Ticino (come ormai in ogni altra parte del globo) abbiamo il nostro zoccolo duro di skaters, che non si limitano solo a far andare la tavola, ma condividono fra loro una silenziosa filosofia di vita. Tra questi il fotografo Igor Ponti, che abbiamo intervistato per voi.
Igor, ci puoi dire com’è nata la tua passione per lo skate?
La passione per lo skateboard è nata quando avevo circa otto anni. Ai tempi lo skateboard non era così diffuso come adesso, quindi bisognava arrangiarsi. Soprattutto a Cureglia, dove sono cresciuto. Trattandosi di un paesino, vedere qualcuno che andava in skate non era cosa da tutti i giorni. È stata una vera e propria scoperta, giorno dopo giorno. Si andava a rubare il legname ai contadini e con quello si fabbricavano i primi rudimentali prototipi. Comunque il primo skateboard lo rubai a mio cugino e da lì è stata una continua evoluzione.
Ho letto una tua recente dichiarazione in cui affermi che lo skateboard ti ha avvicinato alla fotografia. In che modo?
Lo skateboard era ed é la conseguenza di chi fa scelte diverse, meno convenzionali o scontate. Intorno a questo mondo satellitano svariate forme di creatività! Quando frequentavo la scuola d'arte molti amici andavano in skate, persone creative che come me facevano scelte particolari. Quando i tuoi interessi spaziano all'interno di un ambiente che crea e ricerca, automaticamente sei portato a notare quello che altri non vedono. Recentemente un amico illustratore mi ha regalato un libro che narra le vicende di una band Klezmer, un genere di musica di origine ebraica, da qui una scoperta e un nuovo mondo, una nuova ricerca.
Mi hai già risposto alla terza domanda che ti volevo fare: cosa c’è in comune fra queste due arti.
In comune vi è lo spirito creativo, la curiosità appunto. Adesso andare in skateboard è diventata più che altro una moda, ma ai tempi non era così.
Anche l’abbigliamento degli skaters è particolare, ha una forte personalità.
Sicuramente. Gli skaters sono diventate icone, hanno influenzato il mondo della moda per esempio, ma non solo. È un tipo di moda metropolitana e questo fa tendenza.
Parliamo un po’ del tuo libro “Skate Generation”. Hai fotografato skaters di tutte le età, dai quattordici ai quarant’anni. Per quale motivo hai ritratto diverse fasce generazionali?
Innanzitutto perché gli skaters che oggi hanno quarant’anni sono stati i pionieri di questo movimento underground. Hanno alle spalle venticinque anni di tavole e rampe, hanno saputo creare qualcosa. Dopodiché la generazione successiva ha acquisito questa eredità e ha continuato la tradizione, diventando un esempio per quella dopo e così via. Ma i veri precursori sono i primi, per questo ho voluto ritrarli insieme ai più giovani.
In base a cosa scegli il soggetto per una tua fotografia?
Per me é un processo di esternazione, la fotografia, come altre forme di espressione, ti permette di "buttare fuori" quello che in fondo é alle tue spalle. Le esperienze vissute, quello che hai visto, quello che leggi, che ascolti, insomma il tuo bagaglio culturale a 360° esce quando scatti.
Cosa ti affascina di questo movimento underground?
Tutto. Sono un tipo che si interessa a qualsiasi cosa. Leggo moltissimo. Da Kerouac a Ginsberg a Bukowsky. Vado ai vernissage, ascolto un sacco di dischi, cerco di accumulare il più possibile. Spesso aspiranti fotografi mi chiedono che scuola potrebbero fare, ma per me non esiste una “scuola” in senso stretto. Esistono le esperienze, sono queste che ti arricchiscono. Forse la miglior soluzione é quella di andar a "bottega" e imparare il mestiere dai maestri sul campo. In questo modo puoi vivere direttamente le esperienze e cominciare a riempire il tuo sacco di esperienza. Non puoi catalogare una cosa estetica, la puoi solo sentire e vivere. Fondamentalmente è questo che mi affascina.
Per curiosità, come si svolge una tua giornata tipo?
(Ride) Non ho una giornata tipo. Dipende dagli obblighi lavorativi che ho in quel momento. Sai, se devo consegnare un lavoro o fare delle foto. Essendo un fotografo, il mio mestiere dipende molto dal tipo di luce e dall’orario. Se devo ad esempio fare delle foto al tramonto, prima delle sette non posso iniziare. O se devo immortalare scene notturne o lavorare con le luci dell’alba. Dipende molto da questo. Per il resto ogni giornata è diversa dall’altra. Di sicuro non seguo orari d’ufficio.
Mi sembra una figata.
Lo è, in effetti.
Un’ultima domanda, la più stupida: se avessi a disposizione una giornata e dovessi scegliere tra skateare e dedicarti alla fotografia, cosa sceglieresti?
Sceglierei la fotografia. È diventato questo il mio lavoro, ciò che mi dà più soddisfazione. Lo skate non lo pratico tutti i giorni, solo quando ho tempo. Anche se adesso arriverà l’estate…
Rispolvererai la tavola?
Non vedo l’ora.
Una selezione dei lavori di Igor sono visibili sul su sito www.igorponti.ch.
Intervista di Andrea Ventola, foto di Igor Ponti.







